Ci avviamo ad affrontare la fase decisiva dell’appuntamento olimpico di Milano-Cortina 2026. Tronfi di medaglie e magnifiche storie da raccontare ci si è quasi dimenticati delle polemiche che hanno anticipato la cerimonia di apertura. La maggior parte si riferivano agli impianti di gara, le preoccupazioni riguardavano principalmente i costi e i ritardi nella realizzazione delle opere. Ma il focus principale, almeno per gli amanti dell’hockey, riguardava il lascito che queste Olimpiadi avrebbero lasciato alla città. In fase di candidatura il comitato di Milano Cortina aveva definito la costruzioni di due impianti sportivi, l’arena di Santa Giulia, per cui si ventilava addirittura l’idea che potesse diventare la nuova casa dell’Olimpia Milano e un secondo palazzetto, atto a soddisfare le esigenze degli appassionati di hockey, da edificare a Lampugnano nell’area dell’ex Palatrussardi. Come sappiamo le cose non sono andate come ci si aspettava. Il PalaItalia, pur bellissimo, sarà infatti destinato principalmente a eventi non sportivi, mentre le altre piste ghiacciate, indispensabili per le gare dei Giochi, sono state allestite all’interno dei padiglioni di FieraMilano a Rho e sono strutture temporanee; saranno smantellate al termine delle Olimpiadi.
Ma non è la prima volta che i “desiderata” degli appassionati non corrispondono a quanto poi effettivamente viene realizzato.

La storia delle piste del ghiaccio milanesi è tutta da raccontare: realtà, sogni, fallimenti si mescolano tra loro. Tra 1800 e 1900 sono documentate gare di pattinaggio all’interno dell’Arena Civica ma l’attività dei pattinatori è spesso limitata alle marcite ghiacciate in periferia. Quelle più conosciute si trovano a Baggio dove spesso viene segnalata la presenze del Conte Bonacossa. Così già nel 1913 si comincia a parlare di una pista di pattinaggio all’aperto su ghiaccio artificiale. Nel gruppo che si fa promotore dell’idea compaiono industriali e sportivi di fama e l’idea iniziale è quella di allestire la pista all’interno del gran giardino del Kursaal Diana.

La guerra ritarda altri progetti ma il 28 dicembre 1923 viene inaugurato il palazzo del Ghiaccio di via Ferrer, l’odierna via Piranesi. Si è deciso di fare le cose in grande, soprattutto grazie a Marco Innocente Mangili, che finanzia la costruzione di quello che all’epoca è una delle più grandi piste europee.
Avere una pista che garantisce un periodo di attività di almeno cinque mesi fa salire ben presto il numero di praticanti, specialmente per quanto concerne l’hockey su ghiaccio. A metà degli anni ’30 le ore ghiaccio cominciano a scarseggiare. Si inizia a parlare di un nuovo Palazzo del Ghiaccio per supportare l’attività sportiva. Nel 1938 si pensa addirittura ad una struttura con una capienza di diecimila spettatori da costruire nella zona di Porta Magenta.

La guerra stoppa il grandioso progetto. Gli anni ’50 rappresentano la golden age dell’hockey milanese: il “Piranesi” si fa stretto così Federghiaccio, CONI e Comune studiano la possibilità di costruire una nuova struttura. Riammodernare il Palazzo del Ghiaccio avrebbe costi elevati, tanto da giustificare la costruzione di un nuovo Palazzo dello Sport multifunzione con pista del ghiaccio attiva almeno nei mesi invernali.

Il fatto che Enrico Calcaterra sia il presidente della FISG fa si che l’interesse resti sempre vivo. Nel 1961 il CONI stanzia cento milioni di lire per una nuova costruzione in grado di ospitare i campionati del mondo del 1965. Pochi mesi dopo anche il comune stanzia i primi fondi: trecento milioni per un impianto da costruire nelle adiacenze dello stadio di San Siro. Che fine abbiano fatti quei soldi non ci è dato sapere ma sul finire degli anni ’60 della nuova struttura ancora non c’è traccia.


In Italia esistono solo sette piste artificiale. La vicina Francia ha dato il via ad un progetto che prevede la costruzione di piste all’aperto per fare innalzare rapidamente il numero di praticanti. In Italia, si lamenta Tino Crotti, si pensa alla costruzione di pochi palazzi troppo costosi: a posteriori dire che ci aveva visto giusto è fin troppo facile.

Ad inizio degli anni ’70 viene approvato il progetto del complesso polisportivo in zona Forlanini. Quello che diventerà il centro Saini non prevede una pista ghiaccio nel suo primo disegno.

Nello stesso periodo si parla di una nuovo Palaghiaccio in zona Fiorenza, all’imbocco dell’autostrada dei laghi. Il terreno è già stato acquisito. Promotori dell’iniziativa sono ancora una volta i privati, guidati dal prof. Ceserani affiancato da Ponti, Lavezzari, Crespi e Cabassi.


Finalmente, dopo oltre cinquant’anni di “chiacchere”, viene inaugurata la nuova pista del Parco Forlanini. Siamo nel 1978 e la Federazione pensa di organizzare i mondiali 1979 all’interno del Palasport costruito nel frattempo in zona San Siro. Ancora una volta non se ne farà nulla.

Con l’hockey milanese sostanzialmente fermo al palo, estromesso dal Palazzo di via Piranesi, si spengono le luci su qualsiasi nuovo progetto. L’Hockey è relegato al centro Saini e l’attività, per lo più giovanile, resiste solo grazie al lavoro di Giancarlo Agazzi e Sergio Fonzo che affrontano con audacia le mille difficoltà di una struttura con numerosi, troppi, limiti.

A metà anni ’80 finalmente si riaprono le porte del Palazzo del Ghiaccio rendendo nuovamente ovvio il bisogno di una nuova struttura. Renato Massa avvia il progetto di un palazzetto in zona Primaticcio, i Cabassi pensano a una nuova struttura da costruire ad Assago.


Sembra finalmente soddisfatta la fame di ghiaccio in città: ma è un fuoco di paglia. Il ghiaccio del Forum si scioglie in fretta, le storiche macchine del Piranesi vengono spente definitivamente, il Saini, malgrado i progetti di rilancio della Fininvest, sparisce in mezzo ai rovi.

La sola struttura cittadina dedicata agli sport del ghiaccio resta ben presto il palazzo di via Ciclamini dove l’attività continua fino a quando i costi non si fanno insostenibili.

Resta ora attivo in provincia il solo PalaSesto, riconvertito nel 1999 alle discipline del ghiaccio: troppo poco per una metropoli europea come Milano.
