Il “ciclope” Bill Dobbyn

Lo ammettiamo: il titolo non è farina del nostro sacco. Oggi sarebbe impossibile dare del ciclope ad un uomo con un occhio di vetro senza incorrere in anatemi lanciati da destra e sinistra, accuse di body shaming, di bullismo o peggio. Nel 1963 evidentemente non era così, d’altra parte la definizione con richiamo “mitologico” del giornalista Luigi Grassi non aveva alcuna connotazione offensiva: si parlava in fondo di un uomo con un solo occhio “funzionante”. In altro punto della stesso articolo Dobbyn veniva additato come “gigante di carne” e il canadese lo era davvero una montagna d’uomo, specie se raffrontato al fisico dei discatori nostrani: difficilmente un giocatore con le sue caratteristiche e qualità avrebbe calcato i ghiacci europei senza quel deficit alla vista. E’ vero che alla fine degli anni ’50 in NHL c’erano solo sei squadre, le famose “original six”: Montreal Canadiens, Boston Bruins, Chicago Black Hawks, Toronto Maple Leafs, Detroit Red Wings e New York Rangers. Ma è altrettanto vero che proprio questi ultimi si erano mostrati molto interessati al ventitrenne Dobbyn, facendogli firmare un contratto il 22 settembre 1958, “regalandogli” così la possibilità di prepararsi con loro in vista della stagione 1958-59.

D’altra parte il 30 aprile 1958 aveva chiuso la sua carriera giovanile da vero predestinato. Arrivato alla finale del campionato WHL vestendo la maglia dei Vancouver Canucks, giocò la President Cup contro i Calgary Stampeders. In vantaggio 3-0 nella serie i Canucks stavano perdendo gara 4 per 5-4 quando Dobbyn siglò il pareggio in mischia a pochi minuti dal termine riprendendo un rimbalzo lasciato dal portiere avversario. Nel corso dell’overtime Dobbyn mise a segno addirittura il gol vittoria: incredibile per un difensore che aveva realizzato solo undici reti nei precedenti ottanta incontri di campionato e che faceva della fisicità difensiva il proprio punto di forza, tanto da sfiorare i 200′ di penalità in stagione.

Bill arrivò così a New York con Les Colwill e Earl Ingarfield, altri due giovani prospetti, e giocò tutta la pre-season con la formazione della grande mela. Fu infatti l’ultimo giocatore tagliato prima dell’inizio del campionato, guadagnandosi così un posto di rilievo nella system dei Rangers, con i Buffalo Bisons in AHL.

Dobbyn era sicuramente una delle stelle nascenti della seconda lega nord americana: molti addetti ai lavori ne preannunciavano un imminente approdo tra i professionisti. Il 27 dicembre 1958 tuttavia accadde l’imprevedibile, sotto forma di una steccata all’occhio sinistro da parte di un giocatore degli Hershey Bears, Ellard O’Brien. Una vera disdetta considerando che l’incidente fu talmente grave da dover portare alla rimozione del bulbo oculare. Il sogno NHL di Dobbyn svaniva così: un brusco risveglio che segna inevitabilmente tutta una carriera e non solo. Un infortunio capace di abbattere le persone, non le montagne di carne evidentemente.

L’incidente riscosse l’attenzione dei media tanto da convincere il GM dei Red Wings Jack Adams, ad organizzare una partita di beneficenza per Dobbyn. Tutte le squadre NHL offrirono i loro migliori giocatori ed una squadra di All Stars NHL affrontò così i Buffalo Bisons. La “Bill Dobbyn Night”, giocata il 17 febbraio 1959, riscosse un grande successo di pubblico: l’arena di Buffalo registrò il tutto esaurito accogliendo oltre 9000 spettatori. Gli All Stars vinsero agevolmente l’incontro per 6-2 e l’incasso della serata, circa 25mila dollari, fu devoluto a Dobbyn che, visibilmente emozionato dalla possibilità di stringere le mani di quei giocatori, dichiarò: “non posso esprimere la mia gratitudine o quella dei miei genitori semplicemente con le parole”.

Dobbyn con i genitori al fianco durante la serata in suo onore.

La stagione dei Bisonti si chiuse poco dopo con la sconfitta nella finale di Calder Cup proprio contro gli Hershey Bears di Ellard O’Brien.

La formazione NHL All Stars. Brian Cullen, Bert Olmstead, Ron Stewart (Toronto), Don Marshall, Ian Cushenan, Albert Langlois (Montreal), Andy Bathgate, Bill Gadsby, Red Sullivan, Lou Fontinato, Gump Worsley (New York), Bobby Hull, Ed Litzenberger, Ted Lindsay, Pierre Pilote, Glenn Hall (Chicago), Don McKenney, Fern Flaman, Johnny Bucyk (Boston), Warren Godfrey, Forbes Kennedy (Detroit). Alcuni giocatori, tra cui Gordie Howe, non parteciparono perchè in contemporanea si giocava un incontro di campionato tra Detroit e Montreal.

Dobbyn non si perse d’animo e decise di varcare l’oceano alla ricerca di un contratto. I regolamenti dei principali campionati nordamericani impedivano ad un giocatore con tale menomazione fisica di continuare a giocare. Bill, d’altra parte, non era certamente il tipo d’uomo che si sarebbe arreso senza vender cara la pelle e lo aveva certificato subito con alcune sue dichiarazioni: “Certo, ho perso un occhio, ma penso di essere comunque abbastanza fortunato, ho molte cose per cui essere grato e tutti sono stati meravigliosi”.

Così nel 1959-60 vestì la casacca degli Streatham in Inghilterra, nel 1960-61 del Langnau nella seconda lega svizzera, nel 1961-62 si trasferì a Vienna, nel 1962-63 a Kitzbuhel e quindi, dopo aver assaggiato il ghiaccio del Piranesi in qualche amichevole al termine della sua seconda stagione austriaca, firmò un contratto che lo legò ai Diavoli per il campionato 1963-64.

Dobbyn durante la sua avventura in Svizzera. Si noti la visiera protettiva

A Milano per la verità giocò poco: in campionato era difficile fare a meno del cannoniere Bryan Whittal. Quasi sempre presente invece nelle varie amichevoli giocate in giro per le Alpi, non solo con i Diavoli. Il suo nome figura infatti nei roster delle rappresentative di canadesi tesserati da squadre europee impegnate per lo più in incontri spettacolo disputati in Svizzera.

Bill Dobbyn, con la maschera protettiva, contro il Torino

Tornò poiad allenare in Svizzera e quindi in nord america trovando un ingaggio nei Waterloo Black Hawks, prima da giocatore ed in seguito come allenatore. La sua passione per l’hockey non si è mai esaurita: fino a pochi anni fa compariva nell’organigramma dei Falchi Neri, società per cui ha svolto praticamente qualsiasi ruolo. Era poi tutt’altro che difficile trovarlo agli incontri, tanto che nel 2007 venne scelto come coach in occasione dell’All Star Team della USHL.

Per riconoscenza Waterloo ha da tempo ritirato la sua maglia numero 2 ma il suo nome rimarrà per sempre legato all’All Star Game “dimenticato”, l’unico ad aver visto i mostri sacri della NHL impegnati contro una formazione di AHL.

Author: Claudio Nicoletti