Pochi giorni fa è terminata la preseason del Milano.
Sarebbe una fase interessante ma “standard” in condizioni normali, è invece un altro momento-chiave nella entusiasmante ma sempre delicata storia di questa nuova squadra.
Non ripeteremo premesse ormai ben note sulle problematiche relative ad un roster del tutto nuovo riunitosi il 18 Agosto per la prima volta.
Ma la sensazione che smuoveva le interiora nel pomeriggio del 21 Agosto, poche ora prima dell’esordio contro il Renon con due giorni di ghiaccio nella gambe, chi se la dimentica?
Quell’equilibrio instabile tra sogno e realtà pensando che il Milano stava per scendere in pista davvero, si mescolava inevitabilmente al senso di imprevedibilità legato alle mille incognite. Una partita che normalmente non conta nulla ma in questo caso con una importanza radicale in termini mentali.
La vittoria per 3-2, per quanto sofferta contro una squadra di Alps, ha consolidato in senso simbolico la rinascita ammantandola di un alone positivo fondamentale. E’ tornato il rossoblu.
Ma è stato il WellCard Trophy, a Klagenfurt, il primo vero banco di prova per il neonato Milano HC.
Inutile negare che – una volta razionalizzata la gioia immensa della rinascita – aleggiasse nell’ambiente una grande e minacciosa domanda davanti alla prospettiva di incontrare così presto squadre di ICE Hockey League, ovvero avversari diretti.
Chimica zero, preparazione atletica tutta da ricostruire, spirito di gruppo da formare, incognite legate non a tre o quattro innesti, ma all’intero roster e mille altri dettagli da mettere a posto.
La domanda – naturalmente – verteva sul tipo di impatto che avremmo visto, questo indipendentemente da meriti e demeriti, perchè è del tutto ovvio che nella posizione del Milano la parola d’ordine non potesse che essere “pazienza”.
L’esordio col Klagenfurt, uno dei top teams della lega, ha ridimensionato i timori iniziali: una partita inevitabilmente di contenimento ma solida e disciplinata in fase difensiva, con una fase offensiva ancora per forza di cose carente in termini di costruzione, ma capace di pungere in transizione. In sostanza, il Milano ha retto bene il confronto pur essendo inevitabilmente assai indietro. La sconfitta di misura (2-0 col secondo gol austriaco in situazione di empty net) ha se non altro regalato un discreto sospiro di sollievo
La sfida con gli Huskies, squadra universitaria canadese, va presa nel suo contesto. I canadesi sono stati una specie di “intruso” in un torneo di preseason europeo, avendo scopi e modalità di approccio opposti a quelli di squadre in rodaggio attente a evitare infortuni e senza necessità di strafare.
I giovani canadesi in cerca di sbocco nell’hockey professionistico, per i quali l’Europa è un mercato estremamente appetibile, avevano un’occasione d’oro – non sempre ripetibile – per mettersi in mostra e dare tutto, usando qualsiasi metodo: fisicità, durezza, enfasi su ogni aspetto del gioco: hanno infatti vinto il torneo a punteggio pieno. Il Milano parte bene, controlla la gara e mostra un miglioramento anche in fase di costruzione; quando a inizio secondo periodo riesce finalmente a segnare interrompendo una fase di difficoltà nella finalizzazione, sembra poter prendere il largo, ma a metà secondo drittel si percepisce chiaramente un calo fisico: gli attaccanti cominciano a collaborare meno in fase difensiva, i blocchi si scollano, i buchi difensivi diventano più frequenti, e il tappeto di situazioni di pp e pk non aiuta. Nel terzo i canadesi sfruttano due powerplay e puniscono un esausto pk meneghino: finisce 5-6.
Nella gara conclusiva contro il Vienna i rossoblu sorprendono ancora per la crescita chiaramente palpabile in termini di costruzione offensiva: in pochi giorni siamo passati dalla sola capacità di pungere in ripartenza a una squadra in grado di divertire a lunghi tratti con la sua pressione offensiva, mentre la fase difensiva si mantiene abbastanza ordinata e solida. Il Milano va sul 3-1, poi sul 5-3, ma nel terzo periodo si ripresenta il calo fisico. I rossoblu questa volta impostano un saggio terzo drittel di contenimento e riescono a portare a casa la vittoria per 5-4.
Dal torneo esce una squadra decisamente cresciuta rispetto a quella che lo aveva cominciato, malgrado due assenze pesantissime in attacco (Frycklund e Allison). Bene powerplay e penalty killing, ma occhio ai trionfalismi: sia Huskies che Vienna hanno incontrato il Milano in seconde giornate di un back-to-back, ovvero dopo aver giocato anche il giorno prima, mentre i rossoblu hanno sempre intervallato game-days a una giornata di riposo. Soprattutto in pre-season, è un elemento importante che attenua sensibilmente l’effetto delle consuete premesse sul Milano. Le due buone prestazioni meneghine vanno dunque valutate e un po’ ricalibrate anche nell’ottica di un avversario con più preparazione ma decisamene più stanco.
Scongiurati, ad ogni modo, i timori di un impatto scoraggiante con la realtà ICE, si può guardare ad un futuro ancora in fase di costruzione con più consapevolezza.
La successiva amichevole con l’Asiago, dal sapore storico in termini di avversario ma meno significativa in senso tecnico considerato che i giallorossi militano in Alps, conferma una crescita nella chimica di reparto e poco più, anche perché una sindrome influenzale colpisce diversi giocatori. Finisce 5-2 senza patemi. A Trento c’è anche il primo vero incontro in grande stile tra squadra e curva (Milano Hockey Crew), presente in massa a sostegno dei rossoblu. Finisce con i ragazzi a lungo (molto a lungo) sotto il settore. E che settore.
Ultima gara di preseason a Sierre, come noto l’alter-ego nella seconda lega Svizzera del Milano, in termini societari. Il livello è teoricamente simile, il ghiaccio lo conferma in una gara durissima in cui la rivalità intrafamiliare trova una sua evidente rappresentazione. In una partita con una serie interminabile di penalità, il Milano la spunta meritatamente con carattere e con un finale leggendario, in cui un Sierre che toglie il portiere, schierando quindi sei uomini sul ghiaccio, schiaccia inutilmente per 45” – un’eternità – un Milano eroico, in vantaggio 6-5 ma ridotto in tre da una doppia penalità. Proprio così: sei contro tre. Ma quei tre sono Grant, Valentine e Frycklund, ed incidono nella roccia un momento da mito fondante. Continuavano a chiamarli trinità.
Finisce con queste modalità da vecchi tempi – potevamo chiedere di meglio? – una preseason che ci ha condotti dal regno delle incognite ad andare a dormire (probabilmente in preda a un filo di irrazionalità) cantando Moonlight Shadow dedicata a quei tre, ma anche a Finoro che in prima linea segna a raffica, al blocco McLaughlin Caamano Hannoun che gira bene, a Pietroniro che segna, difende, energizza, al powerplay che è un orologio, a Cuglietta che intervistato continua a rispondere a qualunque domanda “si si, ma siamo già un gruppo e dobbiamo migliorare”, a tutti i ragazzi, che danno il massimo e anche l’impressione di essere, appunto, già un gruppo tosto.
Detto questo:
prematuro essere ottimisti? Sicuramente.
certezze? Qualcuna in più (tra cui quella che servirà un difensore di livello in più perché il reparto, per quanto efficace, è sempre molto “tirato”), ma sempre molte meno di quelle ancora da maturare.
trionfalismi? Zero, per carità.
Allison? Aspettiamo con ansia.
Prudenza tanta, pazienza ancora di più.
Ma non stasera: in darsena, ore 19.00, riunione di famiglia, di quelle da vecchi tempi.