di Riccardo Matassi
Quando iniziai a seguire la Saima e l’hockey su ghiaccio, tutto sembrava procedere positivamente, nonostante l’ alternanza settimanale di vittorie e sconfitte. Era la fine degli anni ’80, la squadra era appena stata promossa dalla serie B alla serie maggiore, c’erano i pienoni e gli entusiasmi del (piccolo) Piranesi nonchè la crescita dei risultati sportivi. La storia del Milano sembrava ammonirci: circa dieci anni prima, la squadra, per un dato periodo, non era esistita. Ne presi atto ma senza dare eccessiva importanza al fatto; era troppo bello il momento che si viveva. Avevo precedentemente seguito altri sport, altre squadre; nonostante ciò la mia idea su quello che il “bravo tifoso” dovesse fare, era piuttosto limitata. Le attività da tifoso che svolgevo erano indicativamente queste: seguire l’andamento della squadra sui giornali o alla radio, accomodarsi sulle gradinate, tifando, battendo le mani, cantando, esultando per i gol segnati e le vittorie, disperandosi per i gol subiti e le sconfitte. A casa personalmente registravo i risultati e le statistiche su qualche supporto cartaceo, ritagliavo gli articoli di giornale, fantasticavo ed immaginavo la partita successiva. Ci trasferimmo al Forum di Assago, nuova residenza della squadra, che partita dopo partita si riempiva sempre di più. Arrivò lo scudetto al termine della stagione 1990/91 con l’ultima storica sfida contro Bolzano, tante volte poi rievocata. Quello che capitò da lì ad un anno, passando dalle gioie di Dusseldorf alla serie di finale campionato non vinta, è storia nota. Il Milano chiuse i battenti, non si presentò al via della stagione 1992/93. Stagione che quindi prese una piega inaspettata. Si passò dalla disperazione, al “cosa facciamo adesso?” ad una serie di nuove attività non programmate che gradualmente presero corpo: seguire l’andamento dell’hockey sui giornali o alla radio (al limite il passaparola), accomodarsi sulle gradinate di una partita in cui giocavano altre squadre (preferibilmente o quasi sempre i cugini cittadini, chiamiamoli così…), tifare contro (i suddetti cugini cittadini) qualunque partita vi fosse in corso, acclamare il nome di una squadra (la nostra) non presente sul ghiaccio e del tutto inesistente in quel momento, esporre striscioni preferibilmente polemici non inerenti la partita in corso, fare cortei, ritrovi, manifestazioni e dulcis in fundo, prendere d’assalto un palazzo del ghiaccio (non ancora nostro) per un partita amichevole-revival in cui giocava sì la nostra squadra ma non in forma ufficiale, tifando, cantando, esultando come se non ci fosse un domani, facendo tremare le fondamenta dell’impianto. Grazie soprattutto a questa intensa attività dei suoi tifosi, alla visibilità che questa riuscì ad ottenere, Il Milano (con denominazione Sportivi Ghiaccio) riprese la sua attività nella stagione successiva ripartendo direttamente dalla serie A. Una stagione, la 1992/93 diversa, inaspettata allenante al fatto che che l’essere tifoso possa prevedere modalità partecipative differenti da quelle abituali e tradizionali. Una stagione che ci ha fatto capire che si può e si deve lottare fino alla fine; che non tutto è perduto fino a che si ha fiato ed entusiasmo da spendere. Quello che cercheremo di riproporre anche il prossimo 10 gennaio, con molti più anni sulle spalle, con meno inerzia e meno rincorsa ma sempre sperandoci e credendoci. Facendo oltretutto una delle cose che ci piaceva di più: il tifo per la Saima. Ci reinventeremo nuovamente tifosi e aggiungeremo un altro mattone alla nostra storia. L’Olimpiade invernale milanese con tutto quello che ne consegue, sarà un’ occasione da non farci scappare. Poi si vedrà.