Greg McKegg: l’hockey nel DNA

Greg McKegg nasce in Ontario nel 1992. E’ un centro/ala sinistra, stecca sinistra, alto 183 cm per 88 kg, draftato nel 2010 dai Maple Leaf al terzo giro, n.62 assoluto.

Il talento offensivo non gli manca di certo: da prospetto in Ontario Hockey League gioca 293 partite mettendo a referto 292 punti (137+155) e conquistando il titolo OHL nel 2012 con la maglia dei London Knights.

Nel passaggio al professionismo, tra AHL e NHL, assumono tuttavia un peso sempre maggiore le sue qualità da attaccante two-way. Si rivela uno specialista della fase difensiva e del contenimento, è instancabile nel forechecking, efficace penalty killer, abilissimo nell’ingaggio. Si consolida come una di quelle figure chiave che lasciano più segni sulle balaustre e nelle statistiche dei compagni che nelle proprie.

Facendo valere queste preziose caratteristiche e divenendo, col tempo, tipico uomo di grande personalità nello spogliatoio, McKegg gioca 233 partite di regular season in NHL realizzando 39 punti, a cui si sommano 2 punti in 18 partite di playoff. Indossa le maglie di Maple Leafs, Florida Panthers, Tampa Bay Lightning, Pittsburgh Penguins, Carolina Hurricanes, NY Rangers e Boston Bruins in un arco di tempo che va dal 2013 al 2022, durante cui gioca anche quasi 500 partite in AHL registrando 264 punti (106+158).

La sua stagione più significativa è probabilmente la 2018/19. Con i Carolina Hurricanes raggiunge la finale della Eastern Conference, firmando il game-winning goal di gara quattro nello sweep sugli Islanders nel second round dei playoff e andando ancora a segno in gara uno della finale di conference contro Boston, serie poi persa per 4-0.

I numeri parlano chiaro: Greg non è nè un grinder senza mani, né un power forward che non ce l’ha fatta restando ancorato in AHL.  Le sue statistiche e la sua lunga permanenza in NHL riflettono una carriera di livello da giocatore ben caratterizzato, di profondità e grande affidabilità anche in roster importanti ai massimi livelli, costruita sì, soprattutto, grazie alle qualità difensive, ma con mani e visione di gioco nettamente superiori a quelle normalmente associate a un giocatore da checking line.

Nel 2024, a trentadue anni, decide di proseguire la sua carriera in Europa, approdando al Mlada Boleslav in repubblica Ceca. Purtroppo, la stagione termina prima di cominciare: un infortunio lo obbliga a operarsi e a stare fermo l’intero anno.

Nell’ottobre 2025, superata la lunga convalescenza, ottiene un contratto in KHL con gli Shanghai Dragons (fresco rebranding dei Kunlun Red Star). Gioca otto partite registrando tre punti, poi viene rilasciato dalla società cinese.

È difficile immaginare che una società di KHL possa aver investito tempo e risorse in un giocatore trentatreenne reduce da un lungo stop senza aver prima acquisito elementi sufficientemente solidi per ritenere superato l’infortunio che lo aveva tenuto fermo per un anno. Altro discorso è, invece, ritrovare immediatamente, dopo un anno lontano dal ghiaccio, il ritmo-partita richiesto da uno dei campionati più competitivi e impegnativi al mondo.

Va probabilmente letto in quest’ottica il rapido divorzio tra McKegg e i Dragons.

Una separazione precoce, ma arrivata comunque troppo tardi (fine Novembre) per consentirgli di trovare con facilità una nuova sistemazione nei principali campionati europei, soprattutto con gli slot per stranieri ormai già occupati e appena otto partite disputate nell’arco delle ultime due stagioni. La scelta più logica era quindi rientrare in patria e lavorare duramente per ritrovare la migliore condizione fisica e il necessario ritmo agonistico

Sono le sliding doors che portano oggi un veterano da 251 partite in NHL e 497 in AHL, animato da una forte voglia di rivalsa, in ICE Hockey League, all’interno di un progetto nuovo e ambizioso.

Senza conoscere ancora il roster definitivo del Milano è difficile prevederne il ruolo. Per caratteristiche naturali, McKegg si è affermato ad alti livelli come attaccante two-way. Resta però da capire se in una lega diversa da quelle frequentate finora gli verranno affidate anche responsabilità offensive maggiori, sfruttando qualità tecniche che certamente non gli mancano e che in ICE potrebbero avere un impatto estremamente rilevante.

Post Scriptum –  Parenti (dei) Serpenti, episodio 1: Lou Fontinato

Bene, l’articolo sarebbe terminato, ma noi amiamo l’hockey a 360° per cui non ci lasceremo sfuggire una ghiotta occasione per aprire la rubrica “Parenti (dei) Serpenti” (chiaramente con riferimento al cobra nello stemma rossoblu) al solo scopo di parlare di un leggendario pro-zio di Greg McKegg.

Nome (Lou Fontinato) e volto (andatelo a cercare, possibilmente, per ora, nella versione senza fasce e cerotti) sono da film di livello (non necessariamente sull’hockey); nove stagioni in NHL a cavallo tra anni ’50 e ’60, in piena epoca “Original Six”, in tre delle quali guidò la classifica dei minuti di penalità, stabilendo contestualmente tutti i record di franchigia (Rangers) nel settore.

Durante la off season faceva il contadino e l’allevatore in Ontario, poi, con l’avvicinarsi della nuova stagione, abbandonava i campi. Ma non la voglia di usare la pala.

Innumerevoli le fight con cui si guadagnò la fama di uno dei più duri e temuti giocatori della lega, in un’epoca in cui, tuttavia, gli enforcer avevano anche doti tecniche non trascurabili (106 punti in 556 partite in NHL per un difensore non offensivo non sono pochi). Purtroppo per lui, il 1° febbraio 1959, durante una partita al Madison Square Garden, l’intensa rivalità pluriennale col grande Gordie Howe lo spinse, per vendicare un compagno, a provocare l’ennesima fight.

Howe, che non era certo un damerino (ricordiamo il “Gordie Howe hat trick” composto da gol, assist e rissa nella stessa partita), azzeccò la “presa”, cominciò a muovere le braccia – secondo la stampa d’epoca – “come pistoni”, ed ebbe la meglio, per usare un eufemismo. Fontinato ne uscì con naso rotto, mascella lussata e contusioni facciali. Qui entrano in gioco le foto con fasce e cerotti. Naturalmente, “Lou the Leaper” (l’assonanza con “Jack the Ripper” non era casuale) terminò comunque la partita prima di essere ricoverato all’ospedale, ove dichiarò “Howe non creda di essere Jack Dempsey (pugile statunitense dell’epoca N.D.R) solo perché mi ha mandato qui”.  Alla prossima.

Cambiata casacca (Canadiens) senza minimamente cambiare natura, il grande Lou terminò la carriera in maniera tragica ma coerente: sbagliò la tempistica di una carica in balaustra e si causò una frattura al collo. Restò paralizzato un mese, poi fortunatamente recuperò, ma non potè più giocare.

Tornò nella sua fattoria a fare ciò che amava. E si sedette per sempre tra le leggende della NHL.

Author: Carlo Sansilvestri