Chi ha seguito da vicino le vicende del Milano Rossoblu un decennio (abbondante) fa, non potrà negare che in quelle poche notti serene in cui lo stress e le preoccupazioni si ritirano in buon’ordine lasciando campo libero al subconscio, tra i sogni che si accalcano (perlomeno tra quelli raccontabili), ce n’è almeno uno in cui David Vallorani ruba il disco in penalty killing, i fischi assordanti dell’Agorà si trasformano repentinamente in un boato montante come l’onda di uno tsunami mentre il fulmine rossoblu si invola a centro pista a segnare l’ennesimo short-handed goal: il palazzo viene giù e il sonno si spezza in un risveglio che negli ultimi giorni è diventato molto meno amaro.
David, chi se lo dimentica. Però, dietro quelle magie c’era una mente che certe situazioni le creava a tavolino, le induceva col suo hockey IQ. Una mente che quell’anno (correva la stagione 2014-15), collaborò per un breve periodo con coach Pat Curcio dietro le quinte del pancone rossoblu, e insieme a lui rigirò un buon Milano come un calzino rendendolo una macchina potenzialmente letale per tutti, tanto che quella squadra, contro ogni pronostico, arrivò in finale di Coppa Italia e in semifinale scudetto.
Parliamo ovviamente della mente di Doug Shedden, annunciato oggi come nuovo coach canadese del Milano HC.
Da giocatore, numeri di rilievo in NHL con 416 presenze (139 gol, 186 assist) tra Pittsburgh, Detroit, Quebec Nordiques e Toronto, due fugaci apparizioni con le maglie del Bolzano e del Davos nel ’91-’92 prima di appendere i pattini al chiodo, poi una lunga carriera da coach.
Comincia negli Stati Uniti, dove conquista per quattro volte la Central Hockey League (due a Wichita, due a Memphis) e una United Hockey League coi Flint Generals. Poi, nel 2005, attraversa l’Atlantico e approda in Europa, iniziando un percorso che lo porterà a diventare uno degli allenatori nordamericani più esperti del panorama hockeistico continentale.
Prima in Finlandia: HIFK, Jokerit e squadra nazionale, che guida al bronzo mondiale nel 2008.
Poi passa in Svizzera, dove allena lo Zugo per sei stagioni con ottimi risultati. In questi anni diviene presenza fissa nello staff del Team Canada in Spengler Cup, inizialmente come assistant coach, poi vincendo il trofeo alla “prima” da head coach, edizione 2012. In finale, il Canada batte il Davos 7-2. Non è una Spengler qualsiasi: a causa del lockout NHL in corso, ci sono temporaneamente in Europa alcune stelle nordamericane che impreziosiscono il roster canadese. Solo per citarne alcune: John Tavares, Jason Spezza, Patrice Bergeron, Matt Duchene, Ryan Smyth, Tyler Seguin. Sul pancone, accanto a Doug Shedden, l’assistant coach è Chris McSorley, ora nel board del Milano Hockey Club e figura centrale nella nascita e nello sviluppo di questo nuovo progetto rossoblu.
Lasciata la Svizzera, Shedden vive la sua breve parentesi a Milano a inizio stagione 2014/15, poi firma un contratto a Zagabria in KHL per il resto dell’annata.
Torna in terra rossocrociata, al Lugano, dove rimane due stagioni con una finale di LNA all’attivo.
Nel 2017 si sposta in Germania, allenando l’ERC Ingolstadt per cinque anni e l’Iserlohn Roosters per due, esperienze intervallate da una stagione in Slovacchia al Banska Bystrica.
L’anno scorso vive una breve parentesi ancora in Finlandia, ma a dicembre 2025 viene chiamato dal Bolzano in ICE a sostituire coach Kleinendorst. Inizialmente la squadra risponde con una buona sequenza di vittorie, ma una stagione complessa per i biancorossi si chiude con un’amara eliminazione ai quarti di finale, considerata prematura rispetto alle aspettative.
Ora Doug Shedden torna a Milano da coach per una grande sfida in un ambiente nuovo, sì, ma non per lui: con tutto il rispetto per Vallorani, che continueremo a non dimenticare, di spazio disponibile per sogni nuovi ne abbiamo. Molto.
Non è tutto: quello di Shedden non è l’unico ritorno.
L’altra “vecchia conoscenza”, tuttavia, è legata ad una stagione meno onirica e più farsesca (per colpe altrui), quella della partecipazione dell’HC Junior Milano alla Coppa Italo-Francese nel 1999/2000, che il team meneghino affrontò con orgoglio e con una dignità non ricambiata.
Si tratta di Sakari Lindfors, indimenticato goalie finlandese di quel Milano, che torna in rossoblu come Goaltending Coach / Assistant Coach nello staff di Doug Shedden.
Nel 1999, al suo primo approdo milanese, coach Ivano Zanatta lo presentava alla stampa italiana dichiarando “[…] intuisce gli sviluppi del gioco, porta equilibrio ed esperienza […]”. In un ruolo diverso, ora continuerà a farlo.
Una lunga carriera tra i pali come simbolo del HIFK nella Liiga finlandese (una vittoria in campionato nel ’98) e da protagonista nella sua nazionale (argento olimpico nel 1988 senza scendere però sul ghiaccio e argento mondiale nel 1992), con due sole “scappatelle” all’estero, una divisa tra Graz in Austria e Farjestadt in Svezia, una a Milano. Da sottolineare il draft NHL nel 1988 da parte dei Quebec Nordiques con il numero 150 assoluto. Appesi pattini e gambali al chiodo, accompagnato dal ritiro del suo numero di maglia (il 35) e dall’induzione nella Hall of Fame finlandese, Lindfors comincia una nuova vita da goaltending coach, prima ad Helsinki poi in KHL (Torpedo Novgorod, Lada Togliatti, Kunlun Red Star) ed in campionati europei di alto livello (EBEL, dove per una stagione è anche assistant coach del Villach, DEL, Ligaen norvegese).
Ora il ritorno a Milano nello staff di Doug Shedden.
Nel 1999, alla domanda sulle ragioni del suo trasferimento in Italia, Sakari dichiarò “Soprattutto, il Milano punta a giocare in Eurolega nel 2000, e io voglio esserci”.
Allora andò diversamente.
Ma nella vita, mai dire mai.
Bentornato.
