Andiamo a vedere l’hockey, ti piacerà.

di Francesco Rizzo

Ho scoperto l’hockey a Milano grazie agli articoli di giornale, perché c’è stata un’epoca in cui i giornali ne scrivevano. E scrivevano persino di baseball, che è lo sport più bello che ci sia subito prima dell’hockey. A pensarci bene, i due giochi sono speculari: l’hockey è l’ordine che cerca di dominare il caos, il baseball è il caos che irrompe nell’ordine. Ma questa è un’altra storia. Penso che la prima partita vista sia stata una sconfitta al Piranesi contro il Bolzano, la stagione prima dello scudetto del Forum ma non sono andato a controllare: di certo ricordo il tifo che faceva rimbombare la vecchia pista dove, da bambino, mi portavano a pattinare (anche se preferivo i toast del bar). Quei tamburi di guerra sono stati, per me, un imprinting sportivo come solo Billy Milano-Scavolini Pesaro di basket vista al palazzone di San Siro all’inizio degli Anni 80. Ci caschi e resta tutto dentro. In realtà conoscevo già l’hockey, essendo fin da bambino tifoso – via tv – di una nota squadra ticinese (“Quella lì?”. “No, l’altra”) ma vederlo dal vivo è un’altra faccenda e per l’emozione persi la sciarpa appena acquistata, sul tram che tornava in centro. Frattanto, dall’altra parte della città, proprio dove avevo fatto le elementari e giocato (malissimo) a pallone, spuntava lo scatolone del PalaCandy ma io ricordo anche il montarozzo di terra che si ergeva prima del nuovo palaghiaccio. Un giorno, ancora ragazzino, ci vagavo intorno in bici e andai a sbattere contro un’auto parcheggiata. Dentro c’erano due che stavano baciandosi. Quasi una metafora: in via dei Ciclamini avrei speso un pezzetto della mia vita, vedendo scudetti, derby, contestazioni, risse, revival, psicodrammi, lo Jokerit, il Berna, Chabot, Manno, Fogarty ma pure il Bologna, una domenica sera, forse contro il Turbine (ricordo che usarono una confezione di mozzarelle per lenire i lividi di un giocatore). L’hockey mi ha permesso di cominciare a fare il giornalista, con le radiocronache mi sono divertito come un matto – tranne la sera in cui sbagliai per due tempi di fila il nome di una squadra austriaca – e poi c’è stata la carta stampata. E’ andato tutto bene? No, tornando indietro cambierei tante righe – ogni tanto le fesserie riemergono nella mia mente come i fari di un tir nella notte – ma che volete, ci ho provato. Oggi mi occupo di altro, sono troppo vecchio per le cineserie che assegnano lo scudetto eppure conservo la stecca di Jari Torkki come una reliquia e mi capita di incontrare gente che frequentavo ai tempi e dopo essersi detti, l’un l’altro, che non è più come una volta, finiamo comunque a parlare di hockey. Insomma, come vedete la vita è fatta di sviste, innamoramenti, ripensamenti, tamponamenti. E ritorni. Mi piacerebbe allora poter dire una sera, a mia figlia Iole, “andiamo a vedere l’hockey, ti piacerà”. Quindi penso che ogni iniziativa per far rinascere la squadra in questa città, tronfia e distratta, sia benedetta. E rappresenti, come minimo, un segnale di vita. Il tempo c’è: mia figlia ha 2 anni. Da qualche parte, però, bisogna partire.

Author: Redazione MsN