di Francesco Caligaris
Lo confesso subito: sabato 10 gennaio non ci sarò. Purtroppo.
L’antefatto è un buono sconto in un’agenzia viaggi in scadenza a ottobre, per il mio compleanno, sommato alla (s)fortunata coincidenza di un fine settimana lavorativamente libero all’inizio di gennaio. C’è Fiorentina-Milan alle tre del pomeriggio, mia moglie ha un cugino a Firenze e in un attimo mi organizzo, ignaro di ciò che sta bollendo in pentola a Santa Giulia. (Sorvolo sul fatto che due biglietti del treno andata e ritorno per Firenze siano costati più del pur sostanzioso buono di cui disponevo, e soprattutto che, a pochi giorni dalla partita, non abbia ancora il biglietto per lo stadio – qualcosa mi inventerò).
Sabato 10 gennaio non ci sarò, e mi dispiace.
Non ci sarò come il 2 marzo 1991, perché non ero ancora nato; non ci sarò come ai tempi dei Vipers, perché ero solo un bambino; non ci sarò come quel sabato sera del novembre 2014, quando Fontanive segnò all’overtime contro l’Asiago nei quarti di finale di Coppa Italia, perché mi trovavo per lavoro in una stanza d’albergo a Torino (ma seguii comunque la radiocronaca della partita su MilanoSiamoNoi). Ci sono stato molte altre volte, invece, prima e dopo il 17 giugno 2015, e da quel giorno probabilmente non è passato un solo giorno senza che io pensassi alla Saima. Risorgeremo? Non risorgeremo? Chi lo sa.
Ho sempre pensato, come ha scritto Giorgio, che «sarebbe bello trovarci insieme un’altra volta, colorare uno stadio e cantare come se non ci fosse un domani. Che in effetti potrebbe non esserci». E, nonostante qualche parere scettico, concordo con Claudio quando scrive che «se non dovesse bastare urlarlo al cielo per vederlo tornare, sarà il ritorno al passato di una sola notte, sarà l’occasione per salutare i vecchi amici, sarà un modo per far conoscere qualcosa di noi ai nostri figli» (anche se io ancora non ne ho).
Quando a dicembre ho visto molte facce note a Rho Fiera per i Mondiali under 20, non nego di aver provato una strana sensazione, quasi un po’ d’ansia, forse quella che oggi viene chiamata Fomo: così tante persone da salutare dopo circa dieci anni e così poco tempo a disposizione, giusto i quindici minuti di pausa tra un periodo e l’altro. Sono sicuro che lo stesso accadrà durante i giorni delle Olimpiadi, con chi avrà avuto la fortuna e le possibilità economiche di acquistare qualche biglietto. Questo è ciò che è rimasto dell’hockey a Milano: un popolo che si riconosce, si scambia sorrisi nostalgici e fugaci cenni d’intesa anche se non si frequenta più da quasi un decennio.
Sabato 10 gennaio servirà proprio a questo: a ritrovarsi. E anche se non ci sarò fisicamente, avrò la Saima nel cuore, come sempre.
Voi siateci. Io intanto cerco ancora un modo per procurarmi un biglietto per Fiorentina-Milan, e intanto penso a una risposta convincente per quando mia moglie mi chiederà: «Ma scusami, perché siamo venuti fino a Firenze per vedere la partita sul telefono con Dazn?».