Saima-Asiago 2-1 o.t. (0-0; 1-1; 0-0; 1-0)

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Colossale, spettacolare coreografia mozzafiato creata dalla CdM (foto Elena Di Vincenzo) ad aprire una serata molto sentita dal popolo rossoblu, che annusando le ferite dell’Asiago – infertegli l’altroieri – risponde in massa all’appello e popola l’Agora (almeno 2500 spettatori) per spingere i suoi all’impresa in un clima ad alta tensione, esattamente come se ci si trovasse nel vivo dei playoff. Non è facile ripetere l’exploit di giovedì sera: manca sempre Caletti, dietro è fuori Murray, allora stringe i denti Re che prende il posto del nordamericano mentre il rientrante Latin fa da quinto difensore. Esordisce Luca Leone: il giovane canadese gira al centro della terza linea, mentre Fontanive e Vallorani sono alle ali di Borghi, e Petrov guida il blocco con Migliore e Gron. Si comincia: il Milano ha l’approccio giusto, concentrato, lucido, ordinato ed entra in partita nel migliore dei modi. L’Asiago è voglioso di ribilanciare la serie, ma anche oggi non riesce a far rendere appieno la sua qualità. I rossoblu hanno qualche occasione in più e sembrano riuscire a dare la loro intonazione alla dinamica della gara, i giallorossi vanno a sprazzi ma non si può concedere loro nemmeno la minima distrazione, o sarebbe finita. In realtà nessuna delle due squadre vuole scoprirsi troppo, entrambe giocano con razionalità e la frazione si chiude a gabbie inviolate. Nel secondo periodo l’Asiago – prima o poi doveva accadere – sembra trasformato: alza subito la pressione e mette in difficoltà il Milano, che grazie al suo sistema di gioco ben oliato tiene discretamente ma a tratti rischia grosso. Caffi sale in cattedra, compie un paio di miracoli, ma deve capitolare a metà frazione quando Sullivan trova il corridoio giusto dalla blu e sblocca il risultato. In partite così tese un episodio può incidere enormemente, ed il rischio che questo gol sia la chiave della partita è alto, ma i milanesi sono bravi a non scomporsi, malgrado i veneti abbiano qualche occasione per raddoppiare riuscendo spesso a proporre transizione che mettono in inferiorità numerica i difensori meneghini. Caffi é sicuro, sul lato Asiago giocatori come Ulmer sbagliano più di quanto sia loro abitudine, così il Milano si ricompone in questi minuti delicati e poi colpisce subito dopo il termine di un powerplay: Gron fornisce un gran disco a Vallorani che supera Marozzi e pareggia. L’Agorà esplode, la partita torna in equilibrio solo tre minuti e mezzo dopo il gol vicentino: fondamentale dal punto di vista psicologico aver trovato così rapidamente il pari. Rimane comunque attiva una certa supremazia degli stellati, per la verità piuttosto sterile, anche se in chiusura di drittel il Duca ha una grande occasione solo a tu per tu con Marozzi: la sbaglia, ma si lega l’errore al dito. Si va al secondo riposo sull’1-1. Terzo periodo in cui torna una dinamica più bilanciata: l’Asiago, un po’ come accaduto in gara-1, nell’ultima frazione sembra premere meno, il Milano continua la partita ben progettata e ben adattata di minuto in minuto dal suo mago Pat Curcio, non si scompone e ricomincia a pungere con qualche transizione velenosa. Altro possibile momento chiave attorno al 5’, fase in cui i rossoblu devono affrontare due inferiorità consecutive che si sovrappongono per 44 secondi di 3 vs 5: bolgia da tempi eroici, quelli in cui durante i penalty killing facevano male le orecchie, mentre sul ghiaccio tutti mettono l’anima perché in un clima così non può succedere, non deve succedere che l’Asiago segni. E, infatti, non segna. Si torna in parità numerica, i minuti passano, il Milano lascia che l’Asiago prevalga come (sterile) possesso del puck, ma ha ripartenze pericolose che fanno pendere la bilancia della supremazia di frazione sul lato rossoblu. Si alternano momenti di studio ad altri di pura battaglia, fino all’ultimo secondo potrebbe risultare vincitrice l’una o l’altra squadra a causa di un semplice episodio. Che, tuttavia, non arriva, ed é ancora overtime. Il Milano è chiaramente e comprensibilmente più stanco, ma anche l’Asiago non brilla per lucidità. Arriva qualche occasione per parte, i veneti sembrano perlomeno fisicamente più freschi, ma appena oltre metà del tempo supplementare Gron interrompe con grande abilità una pericolosa ripartenza giallorossa in 3 contro 2, e serve subito Fontanive che si trova ancora all’altezza della blu offensiva: finta su Casetti, il Duca lo salta e si trova a tu per tu con Marozzi, sente quel nodo al dito stringere ancora per l’occasione persa a fine secondo periodo, e non perdona una seconda volta: magia di stickhandling e disco in rete. Il boato dell’Agorà è da grandi occasioni, la gente impazzisce, in pista i giocatori fanno mucchio. Non si viveva una gioia così dal 6 Aprile 2012, sera della promozione in A. Il Milano elimina l’Asiago dalla Coppa Italia ed accede alla final four di fine Gennaio (sede da definire), vincendo una serie intensissima per due gare a zero, la prima conquistata ai rigori all’Odegar, la seconda all’overtime a Milano: di colpo “Slapshot” diventa il secondo miglior film sull’hockey di sempre, il primo ora è quello vissuto negli ultimi tre giorni, una sceneggiatura assolutamente perfetta sotto ogni punto di vista. Scritto e diretto da Pat Curcio. Non resta che sottolineare l’impresa del reparto difensivo, quattro terzini giovedì e cinque oggi: sotto la guida dell’immenso Matt Settepolmoni Campanale, tutti compiono più del loro dovere, dimostrando maturità e razionalità anche negli elementi più giovani come LoRusso. Davanti, Vallorani è sempre decisivo, Fontanive è l’anima della squadra, ma un ruolo da protagonista assoluto nella serie è da accreditare ad Aleksander Petrov, fondamentale in entrambe le gare. Conferma anche per Caffi, che ha parato con sicurezza e continuità. E l’ambiente? Durante la partita è stato quello delle grandi occasioni, in cui ti rendi conto che il contesto milanese è di un pianeta differente rispetto al resto dell’hockey italiano – soprattutto perché stai giocando un quarto di Coppa Italia e non una finalissima europea. E’ dopo la partita, tuttavia, che capisci davvero cos’è l’hockey a queste latitudini: occhi lucidi e racconti con voci spezzate, solo perché una vittoria importantissima per l’ambiente come quella di stasera ha toccato gli interruttori nascosti di tanti vecchi tifosi marchiati a fuoco, chissà quanto tempo fa, dalla passione rossoblu. Quando vai a muovere qualcosa lì dentro, l’effetto domino che ne nasce è inarrestabile: gente che racconta aneddoti di mille vittorie ai più giovani davanti a una birra, altri che ringraziano Fontanive come se si trattasse di un regalo personale (e, a Milano, lo è), altri ancora che cantano cori attuali e/o di venticinque anni fa. Non è una fase tra le più facili della lunga storia milanese, ma queste serate sono il premio per chi un clima da grande occasione l’ha sempre voluto vivere, anche nelle stagioni da retroguardia in A2: avevano ragione, perché poi arriva sempre la sera che con un discorso non la puoi descrivere, ma con una sola parola sì: Saima.

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Sequenza dello winning goal di Fontanive (foto Elena Di Vincenzo)

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L’esultanza del Duca (foto Mario Baracchi)

 

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Il Milano in festa: Asiago eliminato (foto Di Vincenzo)

 

 

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