Lutto nel mondo dell’hockey: ci ha lasciati Mario Bedogni.

Bedogni (2)

Si è spento Mario Bedogni, grande protagonista dell’hockey italiano e milanese dal dopo guerra sino alla metà degli anni Sessanta. Per ricordarlo riproponiamo questo articolo che riassume la sua vincente e luminosa carriera.

Fin da subito amante dello sport praticato, si misurò nel pattinaggio a rotelle gareggiando per la società sportiva Stadium, distinguendosi nelle gare di mezzofondo e non disdegnando l’hockey su pista. Si avvicinò agli sport del ghiaccio nei primi anni Quaranta, quando a molti giovani “rotellisti” milanesi venne chiesto di provare a pattinare sul ghiaccio del Piranesi.

Bedogni si trovò rapidamente a suo agio e nel gennaio del 1942 partecipò ai campionati italiani di velocità a Bardonecchia. In Val Susa, nelle gare dominate dal cortinese Romano Apollonio, difendendo i colori del Dopolovaro Borletti si piazzò al decimo posto nei 3000 metri. La passione per le rotelle lo riportò alle gare su strada e nell’ottobre del 1943 si laureò Campione d’Italia nella Gran fondo ( 50 km) di Trieste, dove l’unico avversario che riuscì a dargli del filo da torcere fu un altro milanese: Giorgio Cattaneo.

Nel primo dopoguerra i dirigenti dei Diavoli Rossoneri , vista la sua abilità col bastone (in pista) e le sua ottima pattinata lo convincono a dedicarsi all’hockey su ghiaccio, disciplina che abbraccia e che lo consacrerà tra i migliori giocatori italiani del suo periodo. In ogni caso Mario non taglia i ponti con il vecchio amore dell’hockey a rotelle: giocandosi i due sport in mesi diversi gioca diversi tornei con il Borletti, il Milan, il Pirelli e il Lodi.

Sul ghiaccio inizia come attaccante, sia come centro, perché pattinava bene e sia come ala. In effetti, lo fanno stare davanti soprattutto perché in quegli anni o si nasceva difensori oppure quel ruolo veniva assegnato ai giocatori più in là con l’età; rispetto agli anni Trenta ci si era resi conto che l’hockey, con le partite che duravano un’ora e i body-check a tutto campo, era profondamente cambiato e i “vecchietti” quel ritmo e quegli urti non potevano di certo reggerli. Con i Diavoli Rossoneri vince due scudetti (1949 e 1953) e la coppa Spengler del 1950. Gioca l’ultima stagione con i DRN nel 1953/54, quella del primo campionato a girone unico e nell’ottobre del 1954, quando la fine del club rossonero pare certa, passa ai cugini del Milano sponsorizzato Inter.

Capitano della nazionale

Capitano della nazionale

Con i nerazzurri conquista nuovamente la Coppa Spengler (1954) e il suo terzo scudetto personale (1954/55). Negli anni a venire indossa la maglia del Milaninter HC (campione d’Italia 1957/58) e quella dei Diavoli HCM (altro scudetto 1959/60), con i biancorossi muove i primi passi da allenatore nelle giovanili. Lascia la serie A per giocare e allenare a Como dove si deve lanciare l’hockey su ghiaccio, con i lariani sfiora la promozione nella massima serie nel 1975/76 concludendo il torneo al terzo posto alle spalle di Valpellice e Vipiteno, ma davanti ai vecchi amici e allievi milanesi del Turbine. Prima di ritirarsi allenerà anche a Bergamo e in altre località smaniose di hockey.

Ottimo anche il suo curriculum in maglia azzurra dove totalizza 46 presenze, vantando la partecipazione a due Olimpiadi: nel 1948 a St. Moritz e nel 1956 a Cortina. Fa parte della squadra che vince il Criterium d’Europa a Parigi nel 1951 e in Germania nel 1955, prototipo di quello che diverrà il mondiale gruppo B.

Mario Bedogni è in possesso di due gran bei record: è l’unico giocatore ad avere vinto la Coppa Spengler sia con i Diavoli Rossoneri che con il Milano ed è stato l’unico giocatore ad avere vinto il campionato italiano indossando le maglie delle quattro squadre milanesi che dominavano la scena hockeistica nazionale in quegli anni: Campione d’Italia con HC Diavoli Rossoneri, HC Milano-Inter, Milaninter HC e Diavoli HCM! Trattandosi di un milanese doc questi record sono ancora più importanti e significativi.

Mario non ha raggiunto la notorietà del trio ABC, la famosissima linea Piranesi formata da Agazzi-Branduardi-Crotti e probabilmente sono due i fattori che lo hanno “penalizzato”: l’avere ricoperto per buona parte della sua carriera il ruolo di difensore e l’essere arrivato all’hockey molto tardi (aveva già superato i venti anni di età) e c’è da chiedersi che livello di gioco avrebbe potuto raggiungere se fosse stato avviato all’hockey da ragazzino.

Porgiamo alla figlia Barbara e a tutti i famigliari le più sentite condoglianze, in questo triste momento rasserenerà i vostri cuori sapere che tutte le persone che ci hanno parlato di Mario ne serbano un nitido nobile ricordo, sia in campo che fuori.

Ciao Mario, che ti sia lieve la terra.

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