Grazie Duca

FONTANIVE

In un contesto hockeystico diroccato come quello italiano, in cui ogni anno crolla qualche antico, glorioso tempio mentre i gracchianti altoparlanti istituzionali cercano di spiegare che in realtà è collassato, sì, ma tutto ok, perché in realtà quella polvere soffocante è segno di un futuro radioso che noi con capiamo, stavolta si è davvero chiusa un’era più aurea di quella greco-antica e più battagliera di quella romana, un’epoca più imperiale di quella bizantina.
Signori e signore, in piedi: Nicola Fontanive chiude la sua carriera italiana sul ghiaccio.

 Una carriera che naturalmente si estende nel tempo e nello spazio oltre i confini milanesi che lo hanno un po’ rapito e che hanno rapito noi. Ma a raccontare i fatti ci penseranno sicuramente in tanti.  A noi, oggi, interessa altro.
Certi uomini nascono con qualche gene Saima nel loro DNA: o ce l’hai come portatore sano, e quando arrivi a Milano dopo aver sentito per anni quello strano richiamo finalmente si risveglia potente in te, oppure non ce l’hai, e nessuno lo può ancora fabbricare in provetta per impiantartelo artificialmente.
Nicola ce l’ha, naturalmente; ne era un portatore, in realtà,  forse, nemmeno tanto sano: arrivò a Milano nell’Agosto 2013, l’anno di Stock Hudson per intenderci, l’estate delle lunghe attese, e – per parafrasare Quasimodo – fu subito Duca.
Non aveva ancora ritirato il resto al casello di Milano che già era diventato idolo, leader, uomo della provvidenza per un popolo che da tempo lo aspettava perché sapeva, non si sa come, che sarebbe arrivato; non aveva ancora parcheggiato sotto il residence in zona Loreto che il suo gene-Saima già interagiva coi recettori della gente (ormai da lunghi minuti la “sua” gente senza se e senza ma ) per creare una rete di rapporti umani che poi alla fine lasciano nell’ambiente eredità durature e soprattutto preziosissime, che fanno da collante di un’identità comune basata su figure come la sua.
I due anni sul ghiaccio milanese non hanno fatto altro che confermare pienamente queste aspettative: grande giocatore, grande persona.
Proprio così: è successo, è successo ancora una volta. Un uomo si è fuso con un ambiente, con due colori, con una storia e ne è divenuto non una parte, ma una radice. La storia del Milano, si sa, è un albero secolare che cresce sempre, produce rami, foglie e poi – ma solo in casi eccezionali – trova nuove radici.
Le radici sono diverse. Le radici sono sempre e per sempre: non puoi toglierle senza sradicare la pianta, ma soprattutto la pianta non la puoi sradicare perché sono proprio le radici a tenerla legata, vincolata, in piedi.

Ecco perché dobbiamo dirgli:

grazie.

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