Viene
dall’unico deserto del freddo Canada, da
una piccola città il cui nome indiano
significa “luogo dove due laghi si
incontrano” – il dualismo, dunque, è
scritto nel suo destino: “per me non è
importante in che posizione gioco; io
voglio vincere, non fa una gran
differenza se gioco terzino o centro,
fintanto che aiuto la squadra in qualche
modo”.
La tanto invocata foglia d’acero torna a
profumare col suo ineguagliabile fascino
e la sua inebriante essenza d’hockey
allo stato puro il reparto difensivo
milanese e lo fa tramite Kyle Hood,
classe 1984, 180 cm. per 86 kg., stecca
destra, un uomo che sulla carta
d’identità ha scritto “difensore” ma che
all’occorrenza è un centro coi fiocchi.
Le referenze sono di quelle che aprono
le porte di ogni cuore rossoblu perché
scaturiscono da un altro grande cuore
rossoblu: il mittente è Chris Bartolone,
suo compagno di squadra nelle ultime due
stagioni e suo grande estimatore al pari
di coach Pietroniro. Hood spende i suoi
primi anni da hockeysta tra BCHL e USHL,
e nel 2003/04 è il difensore con più
punti dell’intera BCHL (66 in 58
partite, 10 gol e 56 assists), ma è
anche baluardo in fase difensiva, uno
che non si tira indietro quando il clima
si fa pesante ( 116 minuti complessivi
in panca puniti). L’anno successivo
passa in NCAA, alla Ohio State
University dove resta quattro stagioni,
utilizzato come difensore di spiccate
attitudini offensive (55 punti in 134
partite, 17 gol e 38 assist). In questa
fase di crescita hockeystica Kyle
sviluppa caratteristiche che lo rendono
non comune: mette l’anima in difesa,
tanto da segnalarsi durante il suo
ultimo anno in una statistica - quella
dei tiri bloccati col corpo (15 in 29
partite) - che evidenzia
tradizionalmente lo spirito di
sacrificio di un giocatore;
contestualmente, sviluppa una grande
efficacia in fase di impostazione del
gioco e diventa molto pericoloso in
power play, sia come regista che come
finalizzatore: “Al minuto 8:23, il
blueliner di Ohio Kyle Hood rilascia uno
dei suoi slapshot, che colpisce la
stecca del portiere avversario e finisce
in rete” – è solo una normale nota di
cronaca dopo una sua partita. Mentre è
ancora in Ohio, Kyle definisce se stesso
“un uomo-assist, un quarterback durante
i power play, uno che lavora duro per la
squadra”, e queste sue caratteristiche
sono premiate: nel 2008 viene chiamato
in CHL dagli Arizona Sundogs per i
playoff, dove realizza 6 punti (4+2) in
16 partite, accomodandosi per 32 minuti
in panca puniti. Confermato per la
stagione seguente, diviene finalmente un
professionista e consolida la sua natura
di giocatore eclettico. Realizza 27
punti in 64 gare; durante la prima parte
della stagione gioca come terzino ,
mentre nella seconda viene
prevalentemente schierato come centro.
“Nella sua prima stagione piena da
professionista” – dice di lui Pietroniro
– “Kyle ha dimostrato il suo valore ed
il suo talento giocando sia da
attaccante che da difensore a seconda
delle necessità della squadra; è il
tipico giocatore che si sacrifica per il
bene dei suoi compagni. Non vediamo
l’ora di riaverlo per la prossima
stagione”. Hood, infatti, torna, e per
esigenze tattiche gioca quasi tutta la
stagione 2009/10 come centro. I numeri
parlano da soli: 56 punti (14+42) in 63
partite. “E’ molto importante avere in
squadra un giocatore di qualità che può
ricoprire molto bene entrambe le
posizioni”, dice di lui Pietroniro.
Adesso Kyle è del Milano, dove un uomo
con le sue caratterstiche mancava come
l'acqua nel deserto, sia in fase
difensiva, sia in fase di impostazione
dell'azione, sia sulla linea blu,
soprattutto in power-play. “Hooder” è
tifoso dei Flames, è supersitizioso e ha
un gran numero di rituali da osservare
il giorno della partita; il suo
giocatore prefertito è Chuck Kobesaw,
perché… “ha una grande etica del lavoro”
- l’etica che piace al popolo rossoblu.
Sacrificio, sangue, sudore, lavoro e
spirito di squadra: la forza è potente
in lui. Di Luke Skywalker lo diceva
Darth Fener; per Kyle Hood, invece,
garantisce Chris Bartolone.