Campionato 2010-11

Hockey Milano Rossoblu

Hockey Milano Rossoblu

Logo Milano Rossoblu Presidente: Ico Migliore
Stadio: Agorà, Milano
Fondata nel: 2008
Coppa Italia: qualificazioni
Allenatore: Massimo Da Rin
Sponsor: CMB
Campionato: A2
Logo Milano Rossoblu

Portieri
Mattia Maj #17; Paolo Della Bella #35; Federico Tesini #29
Difensori
Peter Stimpfl #3; Francesco Borghi #89; Martin Ondrej #6;
Nicolò Lo Russo #54; Perry Johnson #42; Kyle Hood #8; Nicolò Latin #46;
Giovanni Boldo #31; Alessandro Re #5; Marco Raymo #22
Attaccanti
Andrea Delfino #14; Manuel Lo Presti #18; Edoardo Caletti #15;
Daniel Peruzzo #16; Michael Mazzacane #27; Tommaso Migliore #91;
Matt Dias #51; Gianluca Tomasello #34; Milan Kostourek #88;
Peter Wunderer #92; Mirko Migliavacca #24; Gianluca Misani #69

Della Bella

Della Bella

Kyle Hood

Kyle Hood

Matt Dias

Matt Dias

Lo Presti

Lo Presti

Peruzzo

Peruzzo

Stimpfl

Stimpfl

Finisce un’estate strana – mesi che ci hanno portato via Marino e Andrea – e comincia una nuova stagione per il Milano, ormai riassestatosi come realtà stabile in A2 dopo la fine dei Vipers, e pronto a cominciare una graduale e non facile risalita verso livelli più consoni, sempre in lotta con un budget difficile da costruire e mantenere.
Nei titoli di coda dell’era Insam (che va a Bolzano) resta impigliato anche coach Pajic che, pur apprezzato e stimato dal popolo rossoblu, paga gli effetti semiparalizzanti della nebulosa struttura tecnica del Milano 2009/10 e non viene confermato; si volta pagina, insomma. Al suo posto arriva sul pancone l’ex Massimo Da Rin (vice di Insam nei Vipers 2001/02).
Il Milano prende subito Matt Dias, promettente sniper canadese e vera boccata d’ossigeno nordamericano dopo una stagione di sofferenza targata Lettonia; basta questo per riscaldare il clima milanese, ma arriva rapidamente una doccia fredda: il “sistema” partorisce, a mercato già in corso, un accordo di Lega secondo cui i giocatori nella condizione di Paolo Della Bella (cat. A.2 secondo regolamento FISG, ovvero “i giocatori provenienti da Federazione straniera in possesso anche di cittadinanza italiana che abbiano già disputato almeno 2 consecutive stagioni sportive complete nei Campionati Italiani, senza interruzione di transfer card, o che abbiano maturato la eleggibilità per la squadra Nazionale”) devono essere considerati alla stregua di stranieri. Il Milano ha assoluto e prioritario bisogno di ricostruire la difesa, e trovandosi improvvisamente con un posto-straniero in meno a disposizione (quello improvvisamente diventato di pertinenza di Della Bella, appunto), deve giocoforza rinunciare a cercare quel centro straniero in funzione del quale era stato preso un giocatore come Dias.
Una parziale soluzione al problema sembra materializzarsi a fine Luglio con l’acquisto di Kyle Hood, un two-way canadese eclettico e prolifico, schierato in attacco negli ultimi anni dagli Arizona Sundogs (CHL), che a Milano parte come difensore con forti responsabilità di regia e col compito di armare il braccio di Dias, oltre che di rendere letale il powerplay rossoblu.
L’ultimo straniero, arrivato a fine Agosto, è Perry Johnson, difensore canadese d’esperienza che ci si augura divenga il leader di un reparto fino a quel momento senza una vera guida carismatica.
Da Torino arrivano gli attaccanti Manuel Lo Presti e Daniel Peruzzo, già compagni di linea nel trio italiano più forte dell’intera A2 (insieme a “Uto” Traversa), e con loro arriva anche la promessa Francesco Borghi, difensore nemmeno ventenne nel giro dell’U20 azzurra. Da Egna giunge il giovane Peter Stimpfl, difensore “stay at home” che promette bene, mentre il percorso inverso lo compie Betti, allettato dalle offerte delle Oche Selvagge. Viene lasciato libero anche il blueliner Mitja Sotlar
Non vengono confermati il deludente De Frenza e Ben Kilgour, talentuoso attaccante canadese, che paga la pessima chimica delle linee milanesi e una vena realizzativa discontinua, mentre Tomasello rimane a Milano, ma l’accordo con la società prevede un impiego part-time compatibile con le necessità lavorative dell’attaccante.
Il Pontebba lascia Andrea Delfino a Milano per tutta la stagione, Migliavacca torna dalla Repubblica Ceca per motivi di studio e al roster vengono aggregati alcuni giovani promettenti come Latin, Misani, Lo Russo, e un ragazzo con un passato a Cortina e Feltre, Giovanni Boldo.
L’inizio di campionato è notevole, il Milano schianta subito il Merano 7-2 e pur pagando cara in termini di punti qualche ingenuità difensiva di troppo, convince il pubblico e sale in classifica; l’asse Hood-Caletti-Dias incanta, Tommaso Migliore mostra un miglioramento inaspettato e l’attacco segna a raffica. La tegola arriva però dopo sole 4 partite: Hood, il giocatore-chiave del mercato milanese ed il cuore della nuova squadra, decide improvvisamente di tornare in Nordamerica a causa dei problemi di salute del futuro suocero, lasciando qualche dubbio sulle reali ragioni del suo repentino dietro-front e, di conseguenza, sul livello della sua professionalità. Il Milano perde in un solo colpo un difensore di livello, un grande regista, il cuore del suo powerplay, un notevole realizzatore ed un leader: in due parole, ci si trova improvvisamente in mezzo a una strada con la consapevolezza che rimpiazzare una figura del genere con un solo giocatore ed a stagione in corso sarà impossibile. Questo episodio condizionerà l’intero campionato milanese.
La vena realizzativa di Dias e Migliore, un Caletti rinato rispetto alla stagione precedente, lo spirito guerriero dei “torinesi” e l’arrivo in Novembre di un onesto difensore slovacco con un discreto tiro dalla blu, Martin Ondrej, coprono per metà campionato le pecche di una costruzione del gioco diventata inevitabilmente ben più faticosa rispetto alle prime partite, e qualche pesante passaggio a vuoto (come la bruttissima sconfitta ad Egna) già suona come campanello d’allarme.
Il girone discendente, infatti, svela impietosamente tutti i problemi del Milano.
Dias paga un infortunio e il consolidarsi di una evidente, crescente demotivazione, ma è l’attacco nel suo complesso a segnare il passo.
Un inopinato pareggio (poco consolante la vittoria in OT) col Bozen subito dopo la boa di metà stagione, unico punto conquistato dai bolzanini, apre una profonda crisi realizzativa: nelle successive 12 partite, il Milano supererà solo una volta (contro lo stesso Bozen) i due gol segnati. I pochissimi punti racimolati in questa fase portano la firma di Della Bella, il cui rendimento in crescita permette talvolta di limitare i danni in maniera tale che anche due misere segnature possano trasformarsi in punti.
Poco o nulla può l’arrivo di un nuovo attaccante ceco, Milan Kostourec, che dà l’anima ma riesce a cambiare ben poco l’inerzia del momento – anche lui presto inghiottito nella crisi generale in fase di finalizzazione, crisi che assume aspetti psicologici estremamente complessi. Purtroppo, ancora una volta manca un leader: Hood non c’è più, e Johnson, malgrado i 4 polmoni, non ha il carattere da trascinatore che si sperava.
Per il Milano è difficile venirne fuori, anche perché gli stranieri da gestire ora sono 5, e si deve attuare un turn over che diventa un tormentone e lascia sempre qualcuno scontento; ad ogni partita Da Rin deve scegliere se penalizzare la difesa o l’attacco, e le linee vengono modificate continuamente in cerca di una difficile quadratura del cerchio. In più, la disponibilità di Tomasello è limitata dagli impegni lavorativi a un punto tale che il suo apporto non può incidere in maniera significativa.
Quando il quarto posto, ipotecato durante la fase ascendente della stagione, è dato ormai per perso per mano dell’Appiano, gli dei dell’Agorà hanno un sussulto e c’è un parziale risveglio: sono solo due partite, le ultime della regular season, ma sono due vittorie (una nello scontro diretto per 5-1) che permettono al Milano di operare un controsorpasso e di guadagnarsi in extremis il fattore campo nel primo turno dei playoff grazie ad un solo punto di vantaggio.
Si parte coi quarti di finale: il Milano, apparentemente uscito dalla crisi, è in un momento d’inerzia psicologica positiva, e vince di puro cuore gara-1 all’Agorà contro l’Appiano (3-1). Gara-2 è il primo momento chiave della serie: il Milano sotto 3-2 pareggia a 7 secondi dalla fine grazie a una zampata di Matt Dias, firma conclusiva sull’esperienza milanese dello sniper canadese, da questo momento messo da parte definitivamente per ragioni in equilibrio precario tra condizioni fisiche e considerazioni tecnicho-diplomatiche. Salvata così miracolosamente la pelle, Wunderer sigla la vittoria in overtime: serie sul 2-0 e si torna a Milano. I meneghini giocano un’altra partita di grande intensità, vincono 3-2 e tornano ad Appiano per il primo match-point. Una folla rossoblu invade il paese altoatesino, il Milano lotta recuperando un deficit di 1-3 con una grandissima prova di Kostourek, ma questa volta l’OT è fatale, Campbell regala vittoria e punto del 3-1 nella serie ai Pirati. Gara 5 è inevitabilmente ad altissima tensione, il Milano può chiudere i conti ma c’è la consapevolezza che una sconfitta riaprirebbe del tutto i giochi con un’inerzia sfavorevole: i rossoblu comandano il gioco, l’Appiano si arrocca, i due portieri, grandi protagonisti della serie, prendono tutto. Finisce con un insolito 0-0 che nemmeno l’overtime riesce a sbloccare. Si va ai rigori, un duello faccia a faccia tra Della Bella e Demetz: giusto così. I goalies neutralizzano i primi due rigori per parte; in un Agorà ghiacciato parte il grande Campbell per il terzo rigore dei Pirati, quasi una sentenza, ma Della Bella è un muro e non fa sconti. Il disco decisivo passa allora sulla stecca di Edo Caletti; la sua stoccata si infila tra i gambali di Demetz e la bomba esplode: Milano è in semifinale.
La serie col Gardena, più che una serie di playoff, è una farsa tragicomica. I ladini sono più forti, vincono gara-1 per 3-0, ma schierano in porta l’ex rossoblu Magnus Eriksson, contravvenendo in maniera plateale alle regole della FISG (che vietano l’utilizzo di portieri stranieri). Il Milano fa ricorso, la LIHG, ente che dovrebbe essere super partes, difende a spada tratta il Gardena facendo capire dove tira il vento; la FISG incredibilmente modifica il regolamento per regalare una scappatoia ai gardenesi– un atto che se qualcuno decidesse di andare fino in fondo dal punto di vista legale sarebbe probabilmente da commissariamento – e respinge il ricorso. Il Milano vince sulle ali della rabbia gara-2 con una prova di grandissima intensità (4-2), ma a Selva non c’è scampo, il Milano è troppo leggero davanti, non riesce ad essere pericoloso, e l’arbitraggio comincia a mostrare segni di delirio organizzato; finisce 1-5.
Gara 4 è il momento chiave: il clima all’Agorà è rovente, il popolo rossoblu, la società, la squadra sono uniti in difesa di un orgoglio in forte crescita davanti alle nefandezze del sistema. Il Milano tiene bene, la partita è in equilibrio e tesissima; a metà del terzo periodo, sul 2-2, gli attaccanti rossoblu hanno ripetutamente sulle stecche i dischi che potrebbero mettere una seria ipoteca sulla vittoria, ma ecco riapparire inesorabile il problema dell’anno: errori incredibili sottoporta e conseguente, crudele punizione, quando l’ex Braito trova il tiro della vita e fa saltare la borraccia di Della Bella a pochissimi minuti dalla sirena. Finisce così, e la serie va sull’1-3.
Gara 5 in Val Gardena è pura accademia: il Milano è demotivato, tartassato dagli arbitri e fisicamente sovrastato da una squadra più esperta e “cattiva”; i rossoblu non hanno a roster gente in grado di gestire situazioni del genere; l’ultimo atto finisce 0-5. La squadra e l’immancabile truppa rossoblu al seguito si salutano in un pandemonio di bandiere con grande rispetto reciproco; persino alcuni giocatori gardenesi, Eriksson e Bourassa in primis, rendono onore ai tifosi milanesi. La stagione è finita con un nobilitante terzo posto, dietro al Vipiteno (che sale in A1) ed al Gardena: l’obiettivo, in fondo, è stato raggiunto malgrado un’annata travagliata, sfortunata, ma anche esplicita nel dimostrare che quando il gioco si fa duro, senza giocatori in grado di gestire situazioni “sporche” – nel più puro senso hockeistico del termine – oltre un certo punto non si andrà mai. Se si vuole tornare nell’hockey che conta bisogna voltare pagina, e la sensazione è che l’intenzione sia proprio quella, mentre da lontano comincia a sentirsi parlare russo. Sta per aprirsi una nuova era?